Sono arrivato a Milano non tanti anni fa. La abito come molti nuovi arrivati: superficialmente, non conosco le sue radici, non derivo il mio lignaggio da antiche famiglie locali. Ma ho un legame familiare con la città (in senso allargato anche all’hinterland), che viene da lontano. Quando sono arrivato qui la prima volta con il cuore di chi ci sarebbe rimasto, non mi è sembrata una città aliena, qualcosa già echeggiava nella mia memoria ereditaria.
Milano è la città del lavoro. Lo è stata per i miei nonni, per i miei genitori, lo è per me. Sono alla terza generazione che torna qui, sempre per lo stesso motivo. Quando si viene qui, è generalmente assunto che sia per lavoro. Milano non è una città divertente, anche se c’è chi la attraversa per cercare sollazzo. Il suo spirito è lavoratore, l’etica di cui si veste è quella della produzione: a tanto lavoro corrisponde linearmente il miglioramento delle proprie condizioni personali. Questa correlazione è quello che ha spinto qui molti, certi della loro disponibilità a scambiare lavoro per benessere.
Questa equazione non è cambiata di molto, la città accoglie molti come me. Non so dire se il grado e la qualità di razzismo siano aumentati. Probabilmente hanno cambiato forma: ieri i terroni, oggi gli arabi e i sudamericani. Non l’ho vissuto sulla mia pelle, ma l’ho visto in varie occasioni, serpeggiare da bocche che parlano a voce bassa, emanando lo stesso fetore di sempre.
Ma se questo aspetto della città non è cambiato, di cosa si lamentano esattamente questi principi del giornalismo?
- Ferruccio de Bortoli: «Milano io ti amo, ma non mi piaci più. Ora è una città per ricchi e, qualche volta, per super-ricchi»
- Carlo Verdelli: «Io, figlio fortunato di Milano, mi sento straniero in questo luna park che non chiude mai: una città superlativa nel bello e nel brutto»
Da un lato c’è un grido di allarme condivisibile: la differenza di ricchezza tra la maggior parte della popolazione e le élite è aumentata molto negli ultimi anni, seguendo la stessa tendenza della maggior parte del mondo, oserei dire.
La città, a partire dal centro e via via verso la cerchia esterna, si è gentrificata enormemente. Anche in questo caso, nulla di diverso da quello che è successo in altri grandi centri economici di tutto il mondo.
D’altronde Milano è sempre di più internazionale, centro commerciale per gli acquisti di moda e piazza di eventi per la borghesia planetaria, negli ultimi anni ha accolto sempre più super-ricchi, grazie probabilmente anche al vergognoso regime fiscale di favore per chi tra loro si trasferisce qui.
Allora, rileggendo questi editoriali, mi torna forte la domanda: qual è veramente il problema?
Il problema è che questi signori, arrivati alla fine della loro vita lavorativa, vedendo il baratro avvicinarsi sempre di più, hanno iniziato a guardare un po’ meno in avanti, al loro futuro sempre più breve e sempre più spaventoso, e hanno iniziato a guardarsi intorno. E si sono resi conto, nei loro anni da parolai, di penne vendute allo stesso meccanismo che ora stanno criticando ma da cui hanno tratto grande beneficio personale, che quello che hanno contribuito a creare fa schifo. Si immaginavano come parte di quella élite, si sentivano arrivati nel pantheon della borghesia nazionale. E proprio quando erano sicuri della loro posizione, sono arrivati dei ricchi più ricchi a scalzarli, che gli hanno fatto aumentare attorno il costo della vita ad un livello che neppure loro, principi della carta stampata italica, possono permettersi con tranquillità.
Vorrei tanto incontrare questi signori, ma certo di non poterlo fare di persona, mi limito a inviargli da qui un grosso vaffanculo, accompagnato da una risata amara.
