Milan l’è un gran Milan

Sono arrivato a Milano non tanti anni fa. La abito come molti nuovi arrivati: superficialmente, non conosco le sue radici, non derivo il mio lignaggio da antiche famiglie locali. Ma ho un legame familiare con la città (in senso allargato anche all’hinterland), che viene da lontano. Quando sono arrivato qui la prima volta con il cuore di chi ci sarebbe rimasto, non mi è sembrata una città aliena, qualcosa già echeggiava nella mia memoria ereditaria.

Milano è la città del lavoro. Lo è stata per i miei nonni, per i miei genitori, lo è per me. Sono alla terza generazione che torna qui, sempre per lo stesso motivo. Quando si viene qui, è generalmente assunto che sia per lavoro. Milano non è una città divertente, anche se c’è chi la attraversa per cercare sollazzo. Il suo spirito è lavoratore, l’etica di cui si veste è quella della produzione: a tanto lavoro corrisponde linearmente il miglioramento delle proprie condizioni personali. Questa correlazione è quello che ha spinto qui molti, certi della loro disponibilità a scambiare lavoro per benessere.

Questa equazione non è cambiata di molto, la città accoglie molti come me. Non so dire se il grado e la qualità di razzismo siano aumentati. Probabilmente hanno cambiato forma: ieri i terroni, oggi gli arabi e i sudamericani. Non l’ho vissuto sulla mia pelle, ma l’ho visto in varie occasioni, serpeggiare da bocche che parlano a voce bassa, emanando lo stesso fetore di sempre.

Ma se questo aspetto della città non è cambiato, di cosa si lamentano esattamente questi principi del giornalismo?

Da un lato c’è un grido di allarme condivisibile: la differenza di ricchezza tra la maggior parte della popolazione e le élite è aumentata molto negli ultimi anni, seguendo la stessa tendenza della maggior parte del mondo, oserei dire.
La città, a partire dal centro e via via verso la cerchia esterna, si è gentrificata enormemente. Anche in questo caso, nulla di diverso da quello che è successo in altri grandi centri economici di tutto il mondo.
D’altronde Milano è sempre di più internazionale, centro commerciale per gli acquisti di moda e piazza di eventi per la borghesia planetaria, negli ultimi anni ha accolto sempre più super-ricchi, grazie probabilmente anche al vergognoso regime fiscale di favore per chi tra loro si trasferisce qui.

Allora, rileggendo questi editoriali, mi torna forte la domanda: qual è veramente il problema?

Il problema è che questi signori, arrivati alla fine della loro vita lavorativa, vedendo il baratro avvicinarsi sempre di più, hanno iniziato a guardare un po’ meno in avanti, al loro futuro sempre più breve e sempre più spaventoso, e hanno iniziato a guardarsi intorno. E si sono resi conto, nei loro anni da parolai, di penne vendute allo stesso meccanismo che ora stanno criticando ma da cui hanno tratto grande beneficio personale, che quello che hanno contribuito a creare fa schifo. Si immaginavano come parte di quella élite, si sentivano arrivati nel pantheon della borghesia nazionale. E proprio quando erano sicuri della loro posizione, sono arrivati dei ricchi più ricchi a scalzarli, che gli hanno fatto aumentare attorno il costo della vita ad un livello che neppure loro, principi della carta stampata italica, possono permettersi con tranquillità.

Vorrei tanto incontrare questi signori, ma certo di non poterlo fare di persona, mi limito a inviargli da qui un grosso vaffanculo, accompagnato da una risata amara.

Di IA, etica e maledizioni

Ricordo che quando ho iniziato a lavorare nel settore (in una delle tante declinazioni dell’informatica), l’Intelligenza Artificiale era ancora dominio della fantascienza e degli articoli di ricerca. Certo, il Machine Learning1 si sentiva nominare spesso come la soluzione a tanti problemi computazionali generici. Veniva brandito in maniera tanto sgraziata da chi provava a vendere questo o quel prodotto software miracoloso o consulenza magica, che era diventato un meme tra me e alcuni colleghi.
Inutile dire che i successi degli ultimi anni mi hanno stupito e devo riconoscere che tutto questo trambusto ha un po’ ragione di essere.

Ma questo non è un articolo sulla IA stessa, ma sulle reazioni che questa ha suscitato.
Quando gli LLM hanno iniziato a manifestarsi come il nuovo argomento caldo, e le persone hanno iniziato ad affidarcisi sempre di più, come ci si affida ad un oracolo, i fautori della IA hanno già puntato in alto, dicendo che l’obiettivo è la IAG (una lettera in più, implica qualcosa di più grosso, di migliore, di più fico ancora) la Intelligenza Artificiale Generale2, fino ad arrivare ad una Super Intelligenza Artificiale, che risolva in maniera autonoma tutti i nostri problemi.
Mi si perdoni lo scetticismo, ma credo che l’obiettivo vero, come sempre, sia di raccogliere ancora più soldi per quello che già stanno facendo (rendere servizio da cui estrarre denaro un’innovazione tecnica).

Quello di cui sono più stupito però è di trovarmi incredibilmente allineato alla posizione della Chiesa Cattolica di Roma in materia di IA ed etica. Pur non condividendo completamente i presupposti filosofici da cui la curia parte, le parole espresse nella Nota Antiqua et Nova sull’IA risuonano molto con la mia sensibilità e volevo quindi condividerle. Invito comunque alla lettura integrale del documento, che è di grande valore.

Quello che segue è l’equivalente di un reaction video di youtube, però di un documento scritto e in forma di articolo.

Questioni etiche

Dopo aver introdotto l’argomento, dimostrando di avere padronanza anche tecnica delle varie sfaccettature recenti in materia di IA, gli autori si pongono la domanda: quale dignità morale possiamo attribuire a questi strumenti?
Le osservazioni che seguono sono molto puntuali.

Da una malattia si può imparare tanto, così come si può imparare tanto da un abbraccio di riconciliazione, e persino anche da un semplice tramonto. Tante cose che viviamo come essere umani ci aprono orizzonti nuovi e ci offrono la possibilità di raggiungere una nuova saggezza. Nessun dispositivo, che lavora solo con i dati, può essere all’altezza di queste e di tante altre esperienze presenti nelle nostre vite.

Riecheggia poi forte in un passaggio la posizione sostenuta ne L’Ape e l’Architetto3

L’attività tecnico-scientifica non ha carattere neutro, essendo un’impresa umana che chiama in causa le dimensioni umanistiche e culturali dell’ingegno umano

Si passa poi alla slide interna di IBM, anche questa ormai meme di internet, ma detta meglio

Tra una macchina e un essere umano, solo quest’ultimo è veramente un agente morale, cioè un soggetto moralmente responsabile che esercita la sua libertà nelle proprie decisioni e ne accetta le conseguenze

E poi un monito a chi ha il potere di mettere in atto o di regolamentare le applicazioni di queste nuove tecnologie

Poiché una causalità morale in senso pieno appartiene solo agli agenti personali, non a quelli artificiali, ha massima rilevanza l’essere in grado di identificare e definire chi sia responsabile dei processi di IA, in particolare di quelli che includono possibilità di apprendimento, correzione e riprogrammazione.

Una chiara indicazione di come attribuire le responsabilità in caso di delega ad un processo automatico di una decisione che dovrebbe ricadere su un umano

Chi usa l’IA per compiere un lavoro e ne segue i risultati crea un contesto nel quale egli è in ultima analisi responsabile del potere che ha delegato.

E infine una inaspettata presa di posizione sui rapporti di forza dettati dalla cessione di (grandi quantità di) informazioni personali

Infatti, i dati non si limitano a trasmettere informazioni, ma veicolano anche una conoscenza personale e relazionale, la quale, in un contesto sempre più digitalizzato, può diventare un potere sull’individuo.

Seguono molte altre considerazioni giuste e condivisibili su lavoro, educazione, armi e guerra, considerazioni che sembrano scritte da intellettuali di sinistra, non dal clero dell’istituzione che ho sempre immaginato come nemica.

Di maledizioni e altre sciocchezze

Esiste una maledizione che aleggia sulle persone di sinistra: “morirete democristiani”4.
Ecco, è una maledizione che ho sempre preso molto sul serio. Man mano che crescevo, spesso mi trovavo a confrontarmi nella mia arena interiore con queste parole, cercando di misurare se stessi veramente diventando meno radicale, meno fedele ai miei principi di gioventù. Questo è sicuramente successo, spero più per una diversa comprensioni di quei principi che di un loro tradimento. Ma quello che è successo con questa lettura mi ha dato modo di inquadrare questa maledizione in un’altra ottica: e se fosse la DC a muoversi verso di noi? Forse moriremo democristiani perché i democristiani si saranno fatti comunisti?

  1. L’insieme di tecniche per la creazione di algoritmi statistici che, da un insieme di dati, estrapola comportamenti non manifesti. In italiano anche detto apprendimento automatico. ↩︎
  2. Una riproduzione artificiale delle capacità intellettuali umane. ↩︎
  3. La Scienza non è neutra. ↩︎
  4. Scopro che origina da un titolo del Manifesto che usava l’espressione in senso contrario ma, come molto spesso nella storia, le parole profferite da qualcuno in un senso possono rigirarsi e torcersi nel significato opposto, con una ironia difficile da ignorare. ↩︎

Apologia della statistica

Prodromo

Da un po’, nei miei giri (nella mia bolla), sento borbottii circa l’utilità e la rigorosità della branca della matematica più fica che sia stata concepita: la Statistica.

(spero si evinca chiaramente che sono di parte)

Beninteso, non che pretenda di capire veramente di cosa si parli, come d’altronde la stragrande maggioranza degli scienziati professionisti. Chiaramente la Statistica è imparentata con la Termodinamica, almeno nella sua caratteristica di essere difficilmente padroneggiabile.

Tesi: di cosa stiamo parlando?

La statistica è una branca della matematica e si preoccupa di dare una descrizione rigorosa della relazione che intercorre tra una teoria e una serie di dati derivati dalla misura. Lo strumento con cui si raggiunge ciò sono le distribuzioni di probabilità: dato un set di possibili risultati di una misura afferenti allo stesso fenomeno, una distribuzione di probabilità rappresenta la frequenza di quei risultati a comparire nell’atto della misura. Tanto più si ripete la misura, quanto più i dati compaiono con frequenze descritte dalla distribuzione di probabilità esatta.

Queste sono un sacco di parole, che sono pure un po’ complicate e probabilmente non del tutto esatte, ma proviamo a capirle meglio, partendo dai concetti che ho sbattuto sul tavolo, dandoli per assodati.

  • Misura: l’atto di associare delle quantità ad un fenomeno
  • Fenomeno: la manifestazione materiale di un processo, che crediamo sia lo stesso tutte le volte che facciamo la misura

Ho evidenziato la parola esatta perché è la sintesi dell’atto induttivo, che qualcuno può provocatoriamente dire sia di fede, che compiamo quando usiamo la Statistica per confrontare una teoria con la realtà.
Non è però un atto di fede perché l’analisi statistica può avere due risultati: corroborare o smentire la teoria. Se la teoria prevede una certa distribuzione di probabilità per le misure di un fenomeno, allora o questa previsione torna con le osservazioni, oppure no. Nel secondo caso siamo di fronte ad un dilemma: o la teoria è sbagliata; oppure il fenomeno che stiamo misurando non è quello che la teoria vuole trattare.

Antitesi: la critica

Qui vado un po’ a braccio, perché non sono sicurissimo di rappresentare correttamente le critiche che vengono mosse alla Statistica come scienza.

La prima che mi viene in mente è che la Statistica non sia una vera scienza, perché viene usata per validare teorie anche contraddittorie tra loro.
La seconda è che essendo i risultati che l’analisi statistica produce fortemente dipendente dai dati, essa sia incapace di dire qualcosa di vero sul mondo, quindi non abbia nessun valore scientifico.

In generale, il tema comune a queste critiche è che la Statistica manchi della caratteristica di essere portatrice di verità che accomuna le altre scienze esatte e che sia invece un buffo strumento brandito da umani capricciosi.
Sembra considerata più simile all’arte retorica che ad un telescopio, per capirci.

Questa intuizione della Statistica piegata alle tesi di questə o quell’altrə scienziatə è sicuramente corroborata da molti aneddoti, in cui scienziatə anche prestigiosə nel loro campo hanno dovuto ritirare articoli affetti da evidenti vizi (magari perché basati su dati non riproducibili), o sono soggetti a pesanti critiche dal resto della comunità scientifica.

Uno degli esempi più interessanti a mio avviso è quello dell’effetto Dunnig-Kruger. La versione popolarizzata di questa indagine sociologica è, grosso modo, la seguente (tesi che ha un fascino magnetico per tutti coloro che si sentono intelligenti e ingiustamente trattati dal mondo)

Una persona stupida tende a sopravvalutare le sue abilità, una intelligente le sottostima.

La tesi è descritta da Dunnig e Kruger in un articolo del 1999, corroborata da uno studio in cui un gruppo di persone è stata sottoposta ad una serie di test e poi gli è stato chiesto, senza conoscere il risultato della valutazione di ogni test, di auto-valutare la propria performance.

La tesi è sempre stata controversa, e due recenti articoli (1, 2) la mettono in discussione, attaccando gli autori originali proprio sulla loro analisi statistica.

Sintesi: chi ha ragione?

Nel migliore spirito Hegeliano, la sintesi che propongo è un trionfo di democristiana conciliazione: hanno tuttə ragione.

Da un lato è vero che la Statistica viene brandita per dire tutto e il contrario di tutto, ma questo non la rende meno scienza per due motivi:

  1. Molto spesso l’analisi statistica non dice cose errate, ma produce risultati fortemente dipendenti dalla selezione iniziale dei dati, che è opera umana guidata da forze scarsamente riproducibili; altre volte le conclusioni possono essere tratte in maniera errata, tradendo lo spirito dell’analisi rigorosa.
  2. La Statistica di per se non promette di dire cose vere ma solo esatte.

Capisco benissimo che il secondo punto suoni come un becero tentativo sofista di mischiare le carte sul tavolo, ma chiedo che mi venga concesso il beneficio del dubbio e che possa provare a spiegare.

La Verità è un concetto molto affascinante, a cui ci appigliamo in maniera spesso goffa, e altrettanto è sfuggente. Cos’è la Verità? Come si discerne cosa è Vero da cosa non lo è (grazie alla nostra possente logica, possiamo coraggiosamente chiamare Falso)?

E’ tendenza storica recente di appellarsi alla Scienza come portatrice della Verità, probabilmente in opposizione alle religioni che danno risposte valutate come meno efficaci rispetto alle meraviglie della Tecnica (figlia della Scienza).

Adesso, non è che voglio sembrare l’anti-scientista, anti-tecnologia, anti-5g/vaccini, ma ricordo che la Scienza è un attività umana e come tale rimane passibile di tutte le contorsioni intellettuali a cui siamo in grado di sottoporre ogni ambito dello scibile. La Verità è una scelta tutta nostra. L’unica cosa che la Scienza si propone di fare bene e di dire cose esatte, nella misura in cui le teorie prodotte seguendo il metodo scientifico vengono messe alla prova con misure sulla realtà e modificate, come adeguato, o rigettate del tutto, se necessario.

L’interfaccia tra le teorie e la realtà è la Statistica. E’ sicuramente un’interfaccia scivolosa da maneggiare, ma è il modo più efficace che abbiamo per capire quante castronerie un modello produce.

Nota

Tutto quello che ho scritto qui non è completamente originale. Le posizioni da me espresse sopra sono (credo) abbastanza rappresentative di una fetta consistente di chi attraversa/ha attraversato l’attività scientifica in maniera approfondita, che rigetta la proiezione che si tenta di dare alla Scienza come nuova Religione.

Certo, la tentazione di diventare sacerdote di questa nuova Religione per godere del prestigio sociale e materiale che ne deriva è forte, e moltə si sono calatə benissimo in questo ruolo. Ma questa è un invettiva per un altro post.

“Chiuditi a riccio”

Sono particolarmente in difficoltà ad ammettere che, col passare del tempo, trovo questo frammento di Boris sempre meno ilare e grottesco e sempre più adeguato ai tempi.

Ogni mattina mi sveglio e sento un leggero fremito di paura nel prendere il dannato smartphone e aprire i siti dei principali quotidiani. Un fremito di paura, alleviato solitamente dall’ennesima paginata di notizie ordinarie o (nel caso dei quotidiani italiani) semplicemente spazzatura.

Ogni tanto però arriva la mazzata, come stamattina: l’ennesimo episodio di una guerra in corso da prima che io nascessi, che sono abbastanza sicuro non si concluderà prima della mia morte.

Queste notizie orribili ovviamente sono solo picchi acuminati che emergono feroci da un costante sottofondo di schifo e merda che, più o meno indiscriminatamente, permea i canali di informazione, le reti sociali e la nostra vita online.

L’ironia è, appunto, che più vado avanti con gli anni e meno trovo ridicolo il personaggio di Duccio. E forse gli autori di Boris non avevano pensato a questo risvolto, e si ritrovano profeti involontari di un epoca confusa.

La vecchia guardia

Oggi eravamo al bar del paese (in paese qui c’è un solo bar: non c’è modo di sbagliarsi). Stavamo prendendo il sole e ammirando il panorama, in un momento di grazia concesso dalle nuvole che passavano veloci sopra di noi. A pochi metri un tavolo di cinque anziani, evidentemente turisti. Tre donne e due uomini. Ad un certo punto, le signore si alzano e si dirigono altrove, e il rimanente duo maschile non si scompone minimamente, avendo sicuramente un’intesa chiara. Si mettono a chiacchierare, con un tono di voce tutt’altro che mascherato (forse, per l’età, non ci sentono bene). Mannaggia a me a quando non mi faccio i cazzi miei.

– …è un invasione…sono troppi – dice il più apparentemente anziano dei due. L’altro concorda, con evidente cadenza ligure.

– …questi negri…lo vedranno i nostri nipoti…diventeremo un paese creolo… – continua. L’altro non accenna a contraddirlo, ma non aggiunge nulla alla poltiglia melmosa che esce dalla bocca del primo.

– …il governo non fa un cazzo… – Neanche abbastanza fascista questo governo!

Borbotto i miei pensieri, ma non profferisco quello che veramente penso:

“Per fortuna che siete vecchi e tra poco schiattate, così ve li portate presto nella tomba questi pensieri di merda.”

Pensiero sull’omofobia vista dagli occhi dell’omofobo

Premetto che sono un maschio bianco cis. Proprio partendo da questa premessa, mi sono spesso domandato cosa spinge alcuni maschi omofobi a manifestare tale odiosa intolleranza sotto forma di repulsione e paura di essere aggrediti da parte di altri maschi omosessuali. Come se chiunque abbia un pisello senta la necessaria pulsione di infilarlo nel buco che ritiene più appropriato.

Mi è sempre sembrato solo una stupida reazione di repulsione verso l’altro e l’incompreso, ma recentemente ho maturato un altro convincimento: la paura di essere aggredito deriva forse da una considerazione logica chiara e diretta: se io, maschio cis, ho il costante desiderio di soggiogare una donna e usare violenza contro di lei, è naturale aspettarsi che un maschio omosessuale voglia fare la stessa cosa ma verso un altro uomo, potenzialmente verso di me. Il paradosso qui è che il carnefice ha paura di diventare vittima e non si accorge (o ignora) il torto che perpetra costantemente contro la donna.

Capisco che possa sembrare solo un vaneggiamento, ma più ci penso più mi convinco che ci sia del vero in questa considerazione.

Sulla dittatura sanitaria

Ricevo e inoltro con moltissimo piacere questa citazione di Errico Malatesta, di quasi 100 anni fa.

“Riceviamo degli inviti a far la propaganda a favore di questo o quel sistema curativo, fregiato degli aggettivi «razionale», «naturale», ecc., accompagnati da critiche, giuste o ingiuste, contro «la scienza ufficiale».
Noi non ne faremo nulla, perché non crediamo che l’essere anarchici dia a noi o ad altri il dono soprannaturale di sapere quello che non si è studiato.
Comprendiamo tutto il male che l’attuale organizzazione sociale, fondata sull’egoismo e sul contrasto degli interessi, fa allo sviluppo della scienza ed alla sincerità degli scienziati. Sappiamo che molti medici, spinti dall’avidità e spesso forzati dal bisogno, prostituiscono quella che dovrebbe essere una delle più nobili missioni umane, e ne fanno un vile mercimonio. Ma tutto questo non ci impedisce di comprendere che la medicina è una scienza ed un’arte difficilissima che richiede lungo ed arduo tirocinio e non si apprende per intuizione – e per conto nostro, quando fosse il caso, preferiremmo ancora affidare la nostra salute ad un medico disonesto, piuttosto che ad un’onestissimo ignorante il quale credesse che il fegato si trova nella punta dei piedi.
Secondo noi hanno torto quei compagni che prendono partito per un dato sistema terapeutico solo perché l’inventore professa, più o meno sinceramente, idee anarchiche e si dà l’aria del ribelle e tuona contro «la scienza ufficiale». Noi, al contrario, ci mettiamo subito in guardia se vediamo che uno vuole avvalersi delle sue idee politiche per far accettare le sue idee scientifiche e ne fa una questione di partito.
Vi è tra noi la tendenza a trovare vero, bello e buono tutto ciò che si presenta sotto il simpatico manto della rivolta contro «le verità» ammesse, specie se è sostenuto da chi è, o si dice, anarchico. Il che dimostra una deficienza di quello spirito di esame e di critica che dovrebbe essere sviluppatissimo negli anarchici.
Sta bene il non considerare come definitiva nessuna delle conquiste dell’intelligenza umana ed aspirare sempre a nuove scoperte, a nuovi progressi, ma bisogna badare che non sempre il nuovo è migliore del vecchio, e che la qualità di anarchico non porta con sé il dono della scienza infusa. (…) non ci pare troppo il pretendere che chi vuole criticare e combattere i metodi vecchi sappia quali essi sono e quali sono i fatti accertati in favore o contro di essi. In altri termini, noi domandiamo semplicemente che chi vuole parlare di una cosa si prenda prima la briga di studiarla. Se vi sono dunque dei compagni che si sentono la competenza di discutere di materie sanitarie lo facciano pure, ma non domandino a noi di parlare di quello che noi non sappiamo.
Del resto, noi conosciamo dei valenti medici che professano le idee anarchiche; ma essi non parlano di anarchia quando fanno della scienza, o ne parlano solo quando la questione scientifica diventa questione sociale, cioè quando constatano che l’attuale organizzazione sociale inceppa i progressi della medicina ed impedisce che essi siano applicati a beneficio di tutta l’umanità.”

 

Errico Malatesta, “Pensiero e Volontà”, 1 marzo e 1 maggio 1924.

– Citato in “Il buon senso della rivoluzione”, Elèuthera, a cura di Giampietro N. Berti.

Il paese dei cavalli

Inauguro questo blog con una fiaba metaforica (spero) edificante, nello spirito di quelle di Ascanio Celestini.


Questa è la storia del paese dei cavalli. Ma non preoccupatevi, questa storia non parla di cavalli. Parla di uomini. L’umanità non è mai stata particolarmente generosa con se stessa, figuriamoci con le altre specie.

Ma torniamo a noi: nel paese dei cavalli si è sempre fatto di tutto con i cavalli: i cavalli aiutano a coltivare i campi, i cavalli trasportano delle cose pesanti per te, con il cavallo ti puoi velocemente spostare da un luogo ad un altro. Il cavallo è un animale fantastico, e gli abitanti del paese dei cavalli lo sanno bene.

I cavalli sono sempre stati il centro di tutto nel paese dei cavalli, da sempre l’uso dei cavalli ha consentito all’uomo di migliorare la propria condizione. Prima i cavalli venivano usati in maniera disorganizzata, poi col tempo si è iniziato ad allevarli e a selezionare razze sempre migliori per gli scopi che servivano agli uomini: cavalli veloci per spostarsi, forti per il trasporto di merci, cavalli che producessero letame buono e in gran quantità per la coltivazione nei campi.

Col passare del tempo l’uso dei cavalli si è sempre più specializzato, e di conseguenza anche l’allevamento e la preparazione: cavalli dedicati solo al trasporto delle merci in lunghe carovane; cavalli per spostarsi da un luogo ad un altro, sempre più veloci, sempre meglio addestrati a sopportare la fatica; cavalli per la macinatura, cavalli per il letame, un cavallo per ogni attività umana.

L’uso dei cavalli era tanto efficace che le persone del paese dei cavalli vivevano sempre meglio, e sempre di più avevano modo di mettere dei soldi da parte. Ma con i soldi ad un certo punto qualcosa ci devi fare. C’era chi li usava per mangiare, chi per bere, chi per comprare oggetti. C’era qualcuno che ne voleva di più e aveva iniziato a prestarli, proprio agli allevatori di cavalli, che spesso avevano bisogno di quei soldi per far crescere le loro attività.

Questo permetteva un certo guadagno a chi prestava i soldi, lungo un certo periodo di tempo. Non sempre, certo: a volte gli allevatori di cavalli finivano male, non erano in grado di continuare a competere con altri allevatori e di conseguenza non erano in grado di restituire i soldi prestati con un interesse, a volte non erano neanche in grado di restituirli per nulla. Ma era un rischio che chi prestava i soldi era spesso disposto a correre.

Anzi, erano disposti a correre rischi molto maggiori. Ad un certo punto a qualcuno, non si sa chi, venne in mente di usare le corse dei cavalli, che si facevano come attività ludica ogni tanto, come oggetto di scommesse. Si scommettevano soldi, ovviamente. Io scommetto sulla vittoria di un tal cavallo, qualcun altro scommette sulla vittoria di un altro, chi vince tiene tutti i soldi. Questa sì che era un’attività rischiosa, ma a molte persone nel paese dei cavalli questa cosa piaceva molto. Dapprima questa pratica era occasionale, qualcuno vinceva, qualcuno perdeva e ci si rivedeva alla prossima corsa, con qualche soldo messo da parte nel frattempo, a scommettere di nuovo.

Ma l’attività di scommettere prese sempre più piede nel paese dei cavalli. Tanti iniziarono a farlo ad ogni corsa, e a scommettere cifre molto grandi. Qualcuno era anche bravo (o fortunato, fate voi) e riusciva a vincere spesso. Taluni dopo un po’ smisero di lavorare e iniziarono a vivere di scommesse. Questa cosa incuriosiva molti, ma era difficile e rischioso entrare in questo mondo. Fatto sta che le corse aumentarono di frequenza, e arrivarono ad essere quotidiane. Con l’aumentare delle corse aumentava anche il desiderio di partecipare al gioco di tanti abitanti del paese dei cavalli. Nacquero tanti ippodromi, alcuni più famosi di altri, che erano sempre abbastanza pieni. La quantità di scommesse che si potevano fare era limitata però, non si poteva scommettere all’infinito su una corsa: c’era un intervallo di tempo entro cui si poteva scommettere. Ad un certo punto le scommesse stesse iniziarono ad essere scambiate e, dopo un po’, vendute. Se qualcuno aveva piazzato una scommessa che faceva gola ad altri, la poteva scambiare per altre scommesse o vendere per denaro.

Questo non riusciva comunque a soddisfare tutta la sete di scommesse dei nostri cari abitanti del paese dei cavalli. Allora a qualcun altro, anch’egli ignoto, venne in mente un’idea geniale: perché non scommettere sulle scommesse? Scommetto che una scommessa sarà sempre più interessante man mano che ci si avvicina al momento della corsa, o che tutti si accorgeranno che è una scommessa perdente e che quindi chi la ha in mano poco prima della corsa se ne vorrà liberare. Queste scommesse sulle scommesse si possono vendere e comprare a loro volta! Geniale no?

Fatto sta che questo finanziare scuderie, scommettere e scommettere sulle scommesse andava avanti da un po’ e in queste complicate pratiche c’era qualcuno che più di altri si era affermato. Non tutti nel paese dei cavalli avevano il tempo e le competenze per scommettere, ma era una cosa con cui si potevano fare più soldi. Allora questi grandi scommettitori, quelli bravi (ma a volte anche dei ciarlatani) si proponevano di scommettere per te: dandogli dei soldi, loro facevano tutta una serie di elaborate scommesse per garantirsi un guadagno; se questo avveniva, restituivano i soldi che avevano ricevuto in prestito, più un piccolo guadagno, tenendo il resto per loro. Questo era fantastico per tutti gli abitanti del paese dei cavalli che volevano provare a guadagnare qualcosa nel mondo delle scommesse, senza però avere il tempo o la voglia o le capacità per dedicarcisi a tempo pieno. Molti abitanti del paese dei cavalli usavano questa pratica, negli anni, per accumulare un po’ di soldi e farsi una pensione. Persino il re, attraverso delle persone di fiducia della corte, scommetteva.

Fatto sta che la vita nel paese dei cavalli ultimamente era sempre migliore, forse anche per le vittorie nelle guerre con i paesi limitrofi che avevano permesso di guadagnare molti schiavi agli abitanti del paese dei cavalli. Una pacchia, c’era sempre meno necessità di dedicarsi così ai lavori di fatica e a quelli manuali. Sempre di più si poteva scommettere in quella che i nostri cari abitanti del paese dei cavalli avevano iniziato a chiamare la grande ruota, forse dalla forma circolare delle piste da corsa negli ippodromi, forse per il percorso che loro dicevano circolare dei soldi. Dato il tempo libero, che era molto aumentato, si erano aperti molti bar e luoghi di aggregazione per gli abitanti del paese dei cavalli e molti si erano messi a discutere sugli andamenti di questa grande ruota. A qualcuno non stava bene che però ci fossero pochi, grandi scommettitori. Le loro scommesse erano talmente grandi che i piccoli, come loro, si sentivano quasi in difetto di avere un’opinione differente.

Un giorno, in uno dei bar più popolari e frequentati, qualche abitante del paese dei cavalli iniziò a fare rumore, a battere sul tavolo e a gridare verso gli altri: “Basta! E’ ora di smetterla! Questi pezzi grossi della ruota ci hanno rotto!”. E molti attorno iniziarono a mugugnare in senso di approvazione. Parlando di un particolare scommettitore poi: “Adesso è il colmo: quello ha persino scommesso contro Palla di fuoco. E’ assurdo! Sapete che vi dico? Io scommetto a favore. Palla di fuoco è fortissimo. Ti pare che perde. Ci metto metà di quello che ho, diamine!”. Un altro si alzò e disse: “Bravo! Sono d’accordo. Palla di fuoco è fantastico. Pure io ci scommetto!”. Possiamo immaginare come sia proseguita la conversazione, con proclami e grandi brindisi. Fatto sta che, forse per la foga, le scommesse sul povero Palla di fuoco iniziarono a lievitare di valore. Sempre più abitanti del paese dei cavalli, piccoli scommettitori, avevano sentito la lieta novella della ribellione contro il monopolio dei grandi scommettitori. Incredibilmente, tutto questo senza che Palla di fuoco corresse neanche un giorno, perché le sue corse erano programmate solo dopo qualche settimana. Ma la ruota non si fermava mai e il valore delle scommesse sulle scommesse di Palla di fuoco oscillava incessantemente, con variazioni incontrollabili. Anche il valore delle scommesse su Palla di fuoco andava in alto in maniera folle. I grandi scommettitori, che scommettevano e commerciavano di scommesse e scommettevano sulle scommesse e commerciavano di scommesse sulle scommesse, si ritrassero un po’ indispettiti in quei giorni. La gran confusione attirò anche l’attenzione degli amministratori dell’ippodromo in cui si sarebbero dovute tenere le corse di Palla di fuoco e di tutti gli amministratori degli ippodromi in cui le scommesse su Palla di fuoco si commerciavano. I grandi scommettitori erano i loro clienti migliori, non si poteva rischiare che cambiassero ippodromo, o che finissero fuori dalla ruota. Venne sospeso lo scambio di scommesse sul povero Palla di fuoco (che, a dirla tutta, se ne stava beato nella sua stalla a mangiare fieno e, ogni tanto, veniva fatto uscire per allenarsi). Questo fece scandalizzare tutti nel paese dei cavalli, dai piccoli scommettitori di tutti i bar del paese, alla corte, fin’anche il re si accigliò per questa situazione.

Fu proprio un gran putiferio, ma si risolse con grandi proclami e nel giro di qualche mese si tornò alla situazione precedente.


La morale questa storia non ce l’ha. Forse noto che il nome più appropriato per gli abitanti del paese dei cavalli sarebbe cavallari.